Gay & Bisex
Il “duro” prezzo del successo 2
ToroRm2020
12.10.2025 |
8.465 |
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"«Vuole giocarci?»
Fece scivolare le dita chiuse a pugno dalla base fino alla cappella, poi le riportò giù e lasciò la presa..."
Quando la notizia della mia promozione si diffuse come un incendio estivo in un campo di sterpaglie secche, mi resi immediatamente conto che le cose erano cambiate in modo probabilmente irreversibile. Le conversazioni finivano improvvisamente quando entravo in una stanza, quando prima a malapena venivo notato, e mi sentivo oggetto di sguardi che veicolavano tutta la gamma delle emozioni umane, con una netta prevalenza di invidia e rabbia.
Perché tu? urlavano gli occhi dei miei colleghi, senza distinzioni di genere. Cosa cazzo hai più di me che sono qui da molto più tempo? Chissà quanto gli avrai leccato il culo, brutto pezzo di merda!
Sentivo nella testa quelle voci furiose, ma non escludevo fosse una conseguenza della nausea e del senso di colpa che mi bruciavano nello stomaco. Da quando mi aveva messo alla prova la settimana precedente, ordinandomi di fargli una sega e di prendere poi la sborrata in faccia, richiesta cui mi ero piegato, è proprio il caso di dirlo, come l’ultima delle puttane di strada, la quale probabilmente avrebbe avuto maggiore dignità, il capo non mi aveva ancora chiesto nient’altro, mantenendo un comportamento del tutto professionale, anche se, occasionalmente, mi era parso di cogliere una luce divertita e crudele nei suoi occhi, come quella di un gatto che gioca con un topo prima di farlo a pezzi.
Ovviamente non poteva durare per sempre, a meno che la sega non fosse una sorta di sigillo di potere una tantum, fatto per marchiare il nuovo vitello che una bella sborrata in faccia. Non ci credevo, però, e i fatti lo confermarono poco dopo, quando mi convocò nel suo ufficio.
«Rivelli, ho bisogno di andare in bagno, ma non ho voglia di lavarmi le mani, dopo» esordì appena mi fui seduto.
«Come posso aiutarla?»
«Lei sarà la mia mano destra. Me lo reggerà mentre urino» spiegò, nel suo abituale tono calmo e serio, senza alcuna traccia di ironia o di eccitazione. Avevo visto quella maschera di compostezza cadere solo nei dieci secondi in cui aveva goduto: brillavano di soddisfazione per l’umiliazione cui io mi stavo sottoponendo di mia spontanea volontà, un lampo di gioia perversa per ciascuno schizzo di sborra che mi arrivava in faccia.
Il bagno era un trionfo di marmo e specchi, come sapevo bene visto che ci avevo passato dieci minuti nel tentativo fallito di lavare via la vergogna, con sanitari sospesi Villeroy & Boch che costavano come il bilancio di uno stato africano.
Con gesti rapidi aprii la patta del pantalone del completo e tirai fuori il cazzo, tenendolo in modo da orientare la cappella verso il centro della tazza.
«Quando vuole» osai suggerire, visto che non si decideva a cominciare.
«Un momento, non abbia fretta. Mi sto godendo il calore della sua mano. È nervoso?»
«Un po’» ammisi. «Per me è tutto nuovo. Non ho mai fatto queste cose.»
«Dipende dal retaggio culturale che si porta dietro fin dalla nascita» disse. «Un uomo non fa queste cose, non nella nostra cultura.»
“Non credo che in altre culture gli uomini si aiutino a pisciare a vicenda”, pensai, ma ovviamente tenni tutto per me. Trovavo surreale il dover ascoltare un discorso filosofico stando in un bagno ultra lussuoso mentre tenevo in mano il cazzo del mio capo, che ora appariva un po’ più turgido.
Oh no, cazzo…
«Non prova proprio la minima sensazione piacevole nel contatto con il mio pene?» domandò, riuscendo a sembrare sinceramente interessato, e da qualche parte dentro di me, molto molto in profondità, una vocina estremamente flebile rispose che forse, solo forse, riflettendoci, il calore di un cazzo che si induriva nella mia mano non era poi del tutto sgradevole.
«Lei ha detto che non vuole che le menta» risposi, secco.
«Giusto, e quindi?»
«Non è esattamente terribile come pensavo» buttai lì tenendomi sul vago, anche perché ero il primo a non sapere se stessi o meno dicendo la verità. Mi accorsi solo allora che inconsciamente avevo cominciato a serrare e rilassare dolcemente la mano che impugnava il cazzo e smisi immediatamente. Stavo quasi per segarlo di nuovo senza che lui me lo ordinasse.
In quel momento dalla fessura della cappella venne fuori un getto di un giallo intenso che mi colse di sorpresa e schizzò in parte la tavoletta sollevata e i bordi della tazza, prima che riuscissi a dirigerla all’interno. La pisciata durò una trentina di secondi, durante i quali il capo emise un lungo, sommesso sospiro di soddisfazione. L’urina di ridusse a uno sgocciolio e poi cessò del tutto.
E ora? mi chiesi.
«Mi pulisca con la carta igienica, per stavolta» ordinò il boss. Ancora quella curiosa scelta di parole, la quale pareva sottintendere che a breve saremmo passati a un altro tipo di igiene intima. Il solo pensiero mi dava la nausea. Notai che il turgore del cazzo era diminuito, quindi forse mi sarei risparmiato un’altra sega. Eseguii con estrema delicatezza e gettai la carta usata nel water. Era morbida come cotone egiziano, molto diversa da quella dei bagni dei dipendenti che, pur essendo di ottima qualità, in confronto sembrava carta vetrata.
«Lo rimetta dentro» ordinò, e fu in quel momento che mi resi conto di aver trattenuto il respiro. Non sapevo se sentirmi più umiliato dalla sborrata in faccia della volta precedente o dall’avergli temuto in mano il cazzo mentre pisciava.
Mi sentivo di merda, ma un pensiero orribile mi fece stare ancora peggio. Il capo mi aveva scelto come braccio destro, ruolo che richiedeva capacità di obbedire agli ordini, spirito di iniziativa e una dose attentamente calcolata di spregiudicatezza. Con la prima finora ero andato discretamente, ma riguardo le altre due? Potevo limitarmi ad agire come un drone senza mostrare mai la minima iniziativa? Continuando così avrei fallito la prova? Avrei buttato tutto nel cesso insieme a quella costosa carta igienica?
Non fu una decisione completamente cosciente, mi trovai a farlo e basta: invece di rimetterlo dentro cominciai ad andare su e giù lungo l’asta, la quale reagì prontamente diventando grossa e dura in pochi minuti. Il capo non disse una parola, accettando la mia iniziativa con noblesse oblige. Aveva gli occhi chiusi e un leggero sorriso sulle labbra, cosa molto insolita per lui.
Aumentai il ritmo sentendo la carne diventare sempre più dura, quasi della consistenza del legno di ulivo, e altrettanto nodosa. Doveva aver pascolato in parecchie valli, quel particolare montone. Decisi il passo successivo in una frazione di secondo: mi inginocchiai di fronte al boss senza smettere un attimo di masturbarlo, avvicinai il viso alla cappella, aprii la bocca e tirai fuori la lingua. Voleva una troia? Sarei stato la più svaccata che avesse mai avuto.
La sborrata fu ancora più abbondante dell’altra volta e stavolta la presi tutta in bocca.
Alzai lo sguardo e incrociai il suo, più luciferino del solito. Un filo di sperma univa la mia lingua alla sua cappella.
Gli mostrai la bocca aperta, piena del contenuto dei suoi coglioni, e con un gesto volutamente esagerato mandai giù quel carico denso e viscido. La paura di vomitare svanì quando mi resi conto che era stato del tutto naturale. Le donne lo facevano da sempre: perché per un uomo avrebbe dovuto essere diverso?
Capii anche che la situazione mi eccitava, come mi confermò l’erezione che tendeva i miei pantaloni. Non l’atto in sé, gli uomini continuavano a non piacermi, ma la sensazione di assoluta porcaggine che quello che stavo facendo comportava, l’aver demolito con un singolo atto un’infrastruttura culturale vecchia di decenni che mi portavo dentro senza nemmeno rendermene conto. Per raggiungere il mio obiettivo ero disposto a qualunque cosa, anche la più sporca, ora mi era chiaro, e questa consapevolezza mi arrapava da morire.
«Vedo che comincia a capire» commentò, guardando verso il basso, il suo cazzo ancora stretto nel mio pugno.
Mi pulisca con la carta igienica, per stavolta.
Per stavolta…
Una vera troia cosa avrebbe usato per pulire il cazzo di cui aveva appena ingoiato il carico di sborra? Della carta igienica oppure uno strumento molto più versatile e preciso?
Lo guardai ancora e, mantenendo il contatto visivo, glielo presi in bocca con un gesto lento e voluttuoso, poi cominciai a succhiare piano per pulirlo, leccando via accuratamente tutta la sborra residua. La sensazione provocata da quel grosso pezzo di carne in bocca era strana ma non spiacevole.
Nonostante il quasi pompino l’erezione non tornò, così lo feci scivolare un’ultima volta tra le labbra e, sempre mantenendo gli occhi puntati nei suoi, lo rimisi nelle mutande e chiusi la patta.
«Ho sporcato un po’ il water, sono stato maldestro» commentai. «Dovrò fare tanta pratica per migliorare.»
Sottotesto: ti reggerò il cazzo ogni volta che vorrai, sono la tua troia e non vorrai mai più fare a meno di me.
«Già, non vorrei che le signore delle pulizie mettessero in dubbio la mia capacità di usare correttamente il WC.»
«Ci penso io» dissi. In ginocchio di fronte a una tazza oscenamente costosa, come nel film Perfect Days, cominciai a pulire con estrema attenzione gli schizzi di piscio che erano sfuggiti al controllo, respirandone l’odore acre sotto lo sguardo attento del mio capo. Per un momento mi era venuto il pensiero di farlo leccandola, ma non ero ancora pronto per questo. Tuttavia, se fosse stato necessario, l’avrei fatto.
Incredibilmente, quei gesti semplici e ripetitivi aumentarono la mia eccitazione, che divenne quasi dolorosa.
«Basta così, Rivelli. Si alzi in piedi.»
Gettai l’ultimo pezzo di carta intriso di urina della tazza e tirai lo sciacquone, che si azionò in modo incredibilmente silenzioso, poi mi lavai le mani con estrema cura. Il capo era ancora accanto a me.
«Lei è parecchio eccitato» notò. La mia patta era gonfia in modo inequivocabile.
«No, io…» risposi, automaticamente.
«Rivelli, cosa le ho detto sul mentirmi?»
Sentivo la faccia in fiamme. «Sì» ammisi con un filo di voce.
«Lo tiri fuori.»
«Capo…»
«Ora.»
Slacciai in fretta il pantalone e tirai fuori il cazzo. L’espressione di sorpresa del boss mi risultò molto gratificante.
«Lei ha un attrezzo clamorosamente grosso» esclamò. Ero messo molto bene, lo sapevo, e tutte le volte che la cosa veniva notata non mancava mai di eccitarmi ulteriormente.
Successe anche stavolta.
«Lo tocchi, se vuole» osai proporre e il capo, con un’espressione indecifrabile sul volto, lo prese in mano in modo tutt’altro che timido.
«È durissimo» commentò. «La situazione deve piacerle molto.»
Anche con il mio cazzo in mano non perdeva un grammo dell’aura di virilità e potere che emanava. Sperai che fosse lo stesso per me.
«Sì» mi limitai a rispondere. «Vuole giocarci?»
Fece scivolare le dita chiuse a pugno dalla base fino alla cappella, poi le riportò giù e lasciò la presa. «Non oggi, ma se vuole si masturbi pure, altrimenti le faranno male i testicoli.»
Non me lo feci ripetere. Facendo in modo che vedesse bene ogni dettaglio cominciai a farmi una sega degna di un film porno gay. La cappella sembrava fatta di breccia medicea, una massiccia cupola di marmo viola posata su un tronco di carne rosa. Ero eccitatissimo e non ci volle molto perché riversassi nel lavandino un carico tale da far impallidire quello pur notevole del boss, che non si perse un solo istante della scena.
Attese che mi ricomponessi, poi in tono quasi casuale chiese: «Ha già avvisato la sua deliziosa metà della promozione?»
«Non ancora» risposi senza guardarlo, sorpreso da una domanda del genere posta dopo quanto era appena avvenuto, a meno che non fosse un modo per farmi sentire in colpa e ridimensionare me e la mia virilità.
«Teme la sua reazione quando saprà delle clausole non scritte?»
Mi voltai di scatto, scioccato da come fosse riuscito a leggermi dentro con tanta facilità, soprattutto il fatto che non intendessi nasconderle nulla.
«È complicato» risposi senza realmente farlo, anche se temevo fosse inutile tentare di svicolare. Una volta avevo sentito una barzelletta su un tipo che in carcere, mentre veniva violentato da un colosso di 130 chili con una mazza enorme, tentando di divincolarsi per scappare si era sentito rispondere: “Sì, bravo, muovi il culo, così godo di più.”
I miei tentativi di nascondergli cosa si agitava dentro di me sembravano solo divertirlo. Lui, in qualche modo, sapeva. Che avesse scelto me perché aveva capito che, alla lunga, essere la sua troia avrebbe finito col piacermi? O invece voleva che mi autodistruggessi?
Karen Bixen aveva scritto che quando gli dei volevano punirci esaudivano i nostri desideri, e io volevo il successo, lo desideravo al punto da correre bendato lungo la scala per l’inferno.
«Gliene parli senza timore» mi disse in un inedito tono quasi paterno. «Sono un buon giudice di uomini, e di donne, e sono certo che rimarrà sorpreso.»
In un lampo di dolorosa epifania mi ritrovai a temere che avesse ragione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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